Breve storia della Gnomonica
di Nicola Severino

Circa duemila e cinquecento anni fa, un signore divenuto poi il primo filosofo greco col nome di Anassimadro, eseguiva dei prodigiosi esperimenti matematici nella sua città preferita, Sparta. Probabilmente, stando ai racconti di quanti vissero dopo di lui, egli cercò di ricavare su di un piano forse orizzontale, le proiezioni di alcuni dei circoli della sfera celeste attraverso la semplice osservazione del percorso dell’ombra del Sole proiettata da un’asta fatta di qualsiasi materiale. Più tardi quest’asta verrà denominata "gnomone" perchè in greco, il verbo "gnomon" vuol dire "indicatore" e, nel caso della gnomonica, indicatore di frazioni di tempo.

Si faccia subito attenzione alla prima distinzione. Si è detto "frazioni di tempo" e non "ore", in quanto la "vexata quaestio" della gnomonica antica, e di gran parte dei compilatori e dei dotti che scrissero disquisizioni in questo campo, è proprio quella relativa alla domanda: " quando, nell’antichità, si cominciò a far uso della particella denominata ‘ora’ quale la dodicesima parte di un intero giorno?".

La questione è molto lunga, ma siccome non è questa la sede per una tale digressione, diremo brevemente che secondo i dati raccolti durante le nostre ricerche, l’esistenza delle ore quale dodicesima parte del giorno non è provata all’epoca di Anassimandro. Nemmeno è certo, però, che esse non fossero già state adottate in Grecia e quindi di uso comune. Tenendo in considerazione alcuni dettagli archeologici, come la rappresentazione del sistema duodenario delle ore diurne e notturne in un sarcofago egizio di qualche secolo anteriore al primo filosofo greco, e supponendo che le ore fossero già note a quei tempi, possiamo pensare che Anassimandro fosse intento, tra le sue altre cose, a verificare il funzionamento di un orologio solare del tipo orizzontale, quasi sicuramente con gnomone perpendicolare al piano. La storia non è in grado di provare se le teorie gnomoniche di Anassimandro riguardassero solo il tracciato orario dell’orologio, o anche il calendario. La disputa fra due grandi storici del passato, Claudio Salmasio e Dionisio Petavio, è basata proprio questo particolare aspetto. E mentre il primo credeva che il filosofo avesse imparato a tracciare solo le curve solstiziali e la linea equinoziale perchè riteneva che a quell’epoca egli non conoscesse la suddivisione oraria duodenaria, l’altro faceva notare che a nulla sarebbe servito alla gente conoscere gli istanti precisi dei solstizi, e che quindi un orologio del genere non sarebbe stato utile al popolo. Forse, come sempre, la verità sta nel mezzo. E, se si pensa che non è poi così impossibile che Anassimandro conoscesse le ore (ovviamente ereditate dalla cultura egizia), e che facesse facilmente osservazioni gnomoniche dei solstizi ed equinozi, non si capisce perchè mai non si debba ipotizzare che il suo orologio fosse proprio uno strumento completo, sia delle linee orarie che delle linee solstiziali. Potrebbe essere questa la succinta cronaca del primo esperimento gnomonico cui la storia abbia reso memoria. Ma l’invenzione degli orologi solari è cosa molto più antica dell’esperimento di Anassimandro.

Innanzitutto, vi sono molti indizi, di natura astrologica ed astronomica, che potrebbero far pensare all’uso di strumenti solari (anche se non sappiamo di che tipo e che frazioni di tempo segnassero) presso civiltà scientificamente evolute (per quei tempi) come i Caldei (termine col quale si intendono chiamate in causa le civiltà che si stabilirono sul territorio della Valle dell’Eufrate attorno al IV e III millennio a.C., come Sumeri, Babilonesi, Ittiti, ecc.). Testimonianze concrete dell’esistenza e dell’uso di orologi solari portatili e fissi (quindi di una scienza gnomonica già in un certo modo evoluta) si hanno dai reperti che gli archeologi hanno riportato alla luce fino ad oggi. In particolare si ricorda la "Sundial Stone", che sembra essere un vero e proprio orologio solare orizzontale, ma solo con linee orarie, dotata probabilmente di uno gnomone verticale infisso nel punto d’origine delle linee, ritrovata nel complesso archeologico di Newgrange (Inghilterra) e risalente al V millennio a.C. Si tratta quindi del più antico orologio solare, simile ai comuni orologi orizzontali moderni, di cui si abbia notizia. Negli esempi illustri si menziona l’osservatorio astronomico, ma anche gnomonico, di Stonehenge, che non ha bisogno di ulteriori spiegazioni, ma siamo già nel 1500 a.C., epoca in cui in Egitto erano già comunemente in uso un orologi solari portatili denominati " merkhet ", a forma di T, orologi simili a piccoli altari con gradini, e piccole meridiane verticali simili alle nostre, ma con gnomone perpendicolare, che testimoniano come i sacerdoti egizi, intenti allo studio dell’astronomia, fossero molto innanzi negli esperimenti gnomonici.

E poi viene l’arcifamoso orologio solare di "Achaz", risalente all’VIII secolo a.C., di cui ci resta solo una testimonianza biblica e sul quale, dopo i fiumi d’inchiostro che si sono sprecati in più di 2500 anni, non si è riusciti a dargli una forma, un disegno, una spiegazione definitiva, soprattutto in relazione al presunto "miracolo" di Isaia sulla "retrogradazione" dell’ombra dello gnomone su tale orologio che ha fatto di questo passo delle Scritture, un piccolo "best-seller" della divulgazione e delle disquisizioni erudite di tutti i periodi della storia.

Comunque, qualora fosse davvero esistito, l’orologio di Achaz è di poco anteriore a quello di Anassimandro. Semmai, ad oggi, ci sarebbe da rimettere in discussione il periodo in cui si considera l’inizio della gnomonica, sia come scienza ormai acquisita che come arte dei tentativi di costruire strumenti solari per la misurazione del tempo. La "sundial stone", rappresenta già un inizio e, anche se si tratta di un’epoca tanto remota, non può essere considerato come un evento singolo. Evidentemente a quei tempi gli orologi solari erano già comunemente usati. Gli orologi egizi, invece, rappresentano già uno stadio molto avanzato della gnomonica tecnica e quindi anche la metà del II millennio a.C. può, e deve essere considerato come un periodo fecondo della gnomonica. Più vicino a noi, ma con la stessa deficienza di notizie e reperti archeologici, è il periodo di Anassimandro che viene oggi generalmente accettato come l’inizio della gnomonica.

Ma nella gnomonica greca, il vero periodo in cui gli orologi solari ebbero una grande diffusione e in cui grandi nomi di filosofi si dedicarono allo studio tecnico di questa disciplina, è da considerarsi solo a partire dal IV o III secolo a.C. Sappiamo che Democrito scrisse un trattato sugli orologi solari che non conosceremo mai perchè andò perduto. Mentre Apollonio di Perge fu uno dei primi a compiere studi matematici che ebbero grande influsso sulla gnomonica, e Beroso Caldeo pare che portasse il suo contributo, forse dalle terre dell’Eufrate, modificando il più comune orologio solare detto "emisfero", o "polos" e trasformandolo nell’orologio solare più noto dell’antichità, detto "emiciclo". La modifica è semplice ma geniale. Un taglio netto nel ventre dell’orologio secondo un algolo pari alla latitudine del luogo, "ad enclima succisum", mentre lo gnomone viene spodestato dal centro della semisfera e installato, orizzontalmente, nel punto di convergenza delle linee orarie. Di colpo il vecchio emisfero, pesante e forse un po' bruttino, diventa agile, maneggevole (ma non troppo), slanciato, elegante, si presta a molte decorazioni artistiche, come le zampe di leone che ne fanno una base solida su cui poggia il quarto di sfera che ospita le linee orarie e le curve dei solstizi e degli equinozi. L’emiciclo non ebbe fortuna solo presso i Greci. Anche i Romani seppero apprezzare le doti di questo straordinario segnatempo solare, tanto che fu riprodotto in innumerevoli esemplari e in diverse versioni, con varie modifiche. La popolarità di questo strumento è testimoniata, oggi, nei continui ritrovamenti di esemplari risalenti all’epoca greca, alcuni dei quali trafugati dai Romani e trasportati in Italia, e di epoca Romana, come quelli pompeiani, di Aquileia, e via dicendo. L’emisfero e l’emiciclo, sono gli unici orologi solari che testimoniano l’uso delle ore quali dodicesima parte del giorno. Prima che questi orologi divenissero popolari, era correntemente in uso nella Grecia un metodo di misura del tempo detto "Decempedalis", o "Stoicheion". Tale metodo è menzionato in diversi autori dell’epoca. Aristofane adopera il termine "Stoicheion" per indicare uno strumento per la misura del tempo basato sulla misura dell’ombra proiettata dal proprio corpo quando si è all’impiedi. La misura veniva effettuata nell’unità detta "piede" e, in genere, venivano menzionati i momenti principali della giornata, come per esempio quello della cena, che doveva tenersi quando "l’ombra dello Stoicheion era di dieci piedi", secondo alcuni, e di docici piedi, secondo altri. Così si esprimono autori come Aristofane, Menandro, Ebulo, Polluce, ecc. Tale metodo, essendo molto semplice ed immediato nell’applicazione come è facilmente intuibile, fu comunque adottato anche dai Romani e rimase in uso fino al Rinascimento. Anzi, è interessante evidenziare che ancora al tempo del monaco inglese Beda il Venerabile, di cui diremo tra poco, era forse uno dei pochi metodi utilizzati per la misura del tempo a mezzo delle ombre solari.

Dal III secolo a.C., dopo le innovazioni apportate da Beroso Caldeo, gli orologi solari in Grecia vennero riprodotti in gran quantità e in molte forme, delle quali l’unica testimonianza ci è data dall’autorevole fonte del più noto architetto dell’antichità: Vitruvio Pollione. In effetti la sua opera "De Architectura" costituisce la più antica ed importante documentazione sulla gnomonica di quell’epoca: antica in quanto non ci sono pervenuti altri documenti di gnomonica di periodo anteriore, importante in quanto è l’unico in cui si tratta specificamente di gnomonica per un intero libro, il IX, relativamente alle diverse categorie di orologi solari e loro inventori. L’opera di Vitruvio è per gli gnomonisti moderni un vero e proprio inventario, punto di partenza per quansiasi studio sulla gnomonica antica, un catalogo-gnomonico senza il quale avremmo appreso ben poco, oggi, sugli orologi solari di duemila anni fa. E’ nel libro IX di quest’opera che viene menzionata la trasformazione dell’antico emisfero in emiciclo effettuata da Beroso.

Purtropppo però l’opera di Vitruvio non ci è giunta in "originale", ma solo attraverso il prezioso lavoro dei traduttori e copisti amanuensi dell’Alto Medioevo i quali, nella loro pur immensa opera di copiatura, non sono stati esenti dal restituirci codici soggetti ad errori di trascrizione, di interpretazione, ecc. Così che noi ultimi depositari del testo di Vitruvio ci troviamo ad affrontare il rischioso lavoro di risistemazione degli stralci imputabili di tali errori, con il nobile intento di emendare, ma spesso con il triste risultato di trasfigurare, coprire, cancellare, travisare e trasfondere in altri ciò che si crede sia stato correttamente emendato.

Tenendo conto delle varie e discordanti interpretazioni degli autori moderni di gnomonica, si possono così sintetizzare, nelle linee essenziali, le teorie sulla forma e sull’uso degli orologi solari citati da Vitruvio nel Libro IX del "De Architettura.

Innanzitutto ecco una semplice traduzione letterale della breve storia degli orologi solari che ci fornisce l’autore:

"Il semicerchio cavato in un quadro, e fatto inclinato si vuole, che l’abbia trovato Beroso Caldeo. La scafa, o sia l’emisferio, Aristarco Samio: e questo istesso il disco in piano. L’aracne Eudosso l’astrologo, benchè alcuni l’attribuiscano ad Apollonio. Il plintio, o sia il lacunare, come è quello del Cerchio Flaminio, Scopa Siracusano. Parmenione il detto pros ta istorumena. Teodosio, ed Andrea il detto pros pan clima. Patrocle il pelecino. Dionisidoro il cono. Apollonio la faretra, e molte altre specie, le quali sono state inventate tanto da’ soprammentovati, quanto da altri, come sarebbe il Gonarca, l’engonato, e l’antiboreo: molti ancora hanno lasciato scritto il modo di fare fra le altre specie la pensile da viaggio; e dai libri di costoro può chi vuole applicarle a dati luoghi, purchè sappia formare l’analemma".

E’ questa la traduzione di Berardo Galiani, pubblicata nel 1790. In questa versione, come in tutte quelle rinascimentali, e fino al nostro secolo, compaiono due nomi di strani orologi solari quali "Gonarchen", "Engonaton" che sembra siano stati letterarlemente cancellati nelle versioni moderne dell’Architettura, nonostante nulla si sapesse sulla natura di questi strumenti. Semplicemente, i due termini sono stati considerati retaggio di errori di trascrizione dei copisti medievali, ma ciò non è dimostrato e non potrà mai esserlo. La nostra opinione è che i due termini si riferiscono proprio a due distinti orologi solari di cui non sappiamo nulla, come d’altra parte nulla si sapeva sul Pelignum, di cui diremo tra poco, al quale era toccata la stessa sorte. Grazie all’opera di Vitruvio abbiamo un quadro certamente non completo, ma abbastanza chiaro, degli orologi solari comunemente usati alla sua epoca, cioè attorno all’Era di Cristo.

I diversi orologi solari citati da Vitruvio:

- Hemicyclium Beroso Caldeo

- Scaphen o Hemisphaerium Aristarco di Samo

- Discum in planitia Aristarco di Samo

- Arachnen Eudosso astrologo

" secondo altri Apollonio

- Plinthium sive lacunar Scopa Siracusano

- Pros ta istorumena Parmenione

- Pros pan clima Theodosio e Andrea

- Pelecinon Patrocle

- Conum Dionisidoro

- Pharetram Apollonio

- Gonarchen ?

- Engonaton ?

- Antiboraeum ?

Viatoria pensilia

Ed ora una breve panoramica sugli orologi riportati nell’elenco.

 

Hemicyclium

Grazie ad importanti ritrovamenti archeologici avvenuti nel XVIII secolo, si è potuto non solo chiarire la vera natura di questo strumento, ma di dimostrarne l’esatta descrizione fatta da Vitruvio, il funzionamento e la sua storia. Il primo ritrovamento archeologico di un hemicyclium avvenne in Italia, ma per mano dell’astronomo Boscovich che arrivò fortunatamente in tempo sulle rovine in cui si scavava, per sottrarre all’incuria dell’uomo il primo orologio di questa specie e studiarlo nei minimi particolari. Boscovich ne diede addirittura un’assonometria pubblicata insieme ad un apposito articolo nel "Giornale dei Letterati d’Italia" nel 1746. L’orologio era stato trovato presso la villa "Rusinella" sulla collina del Tuscolo a Roma e grazie allo studio dell’astronomo fu resa finalmente chiara la frase di Vitruvio "Hemicyclium excavatum ex quadrato, ad enclimaque succisum...".

E’ da evidenziare che tale importantissimo ritrovamento non è stato mai menzionato prima d’oggi nei lavori sia degli storici della scienza che degli gnomonisti. Con perplessità ed orgoglio, quindi, abbiamo dato notizia di quest’avventurosa scoperta settecentesca in un nostro articolo (si veda l’elenco alla fine), consci che neppure l’autorevole "Commentario" all’opera di Vitruvio di J. Soubiran, punto di riferimento per tutti gli appassionati, ne aveva parlato.

Da allora gli emicicli furono scavati in gran quantità, e si scoprì che essi adornavano le strade di Pompei, di Ercolano e delle altre città dell’impero romano e persino il Papa, Benedetto XIV, ne utilizzò uno antico nella sede del Campidoglio, nel 1751, per il gusto di leggere le ore alla maniera degli antichi.

 

Scaphen - Hemisphaerium

Lo scafio dovrebbe essere il più antico orologio usato in Grecia, dal quale Beroso ricavò l’emiciclo. Si tratta di un semisfera cava ottenuta in un blocco di pietra. La rappresentazione dei circoli della sfera celeste all’interno della semisfera cava, viene ottenuta per mezzo della proiezione gnomonica di un ortostilo piantato sul fondo della semisfera e la cui estremità occupa il centro di "omotetìa", cioè il centro dell’intera sfera, ovvero il centro di proiezione gnomonica. Lo stilo però può anche essere disposto orizzontalmente partendo da uno dei bordi della semisfera cava, purchè la sua estremità occupi sempre lo stesso centro.

Molto spesso si è tentato di identificare questo orologio solare con il famoso "polos" degli antichi. Ma il termine "polos" starebbe ad indicare un orologio con un stilo probabilmente puntato verso il polo celeste, e di uno strumento così non se ne è mai trovata traccia, né in scavi archeologici, né in antichi codici, salvo in una "glossa" che abbiamo trovato in un codice pseudo-Beda del IX secolo, in cui si vede proprio un emisfero con lo stilo disposto parallelamente all’asse terrestre. Sicchè, si potrebbe ora rafforzare l’ipotesi che il vecchio "polos" non fosse altro che un emisfero dotato di assostilo.

 

Discum in planitie

Anche qui il lavoro degli interpreti non è stato facile, ma grazie all’eccezionale ritrovamento di una lastra marmorea con su inciso un orologio orizzontale, avvenuta per mano di Sante Amendola nel XVIII secolo sull’Appia antica, si è potuto meglio identificare questo orologio. Si tratta di un normale orologio solare orizzontale con le linee orarie temporarie e le curve dei solstizi ed equinozi. Generalmente il tracciato orario e le curve diurne venivano racchiuse in un cerchio lungo il quale venivano riportati i principali venti. Si dimostrarono esatte, quindi, le teorie degli gnomonisti rinascimentali sulla natura di questo strumento, basate peraltro solo sull’interpretazione del testo vitruviano.

 

Per quanto riguarda gli altri orologi, diremo "minori" solo perchè non conobbero certo la popolarità dei primi tre, si può dire che il Plinthium o Lacunar, ha dato molto filo da torcere agli interpreti, ma purtroppo nulla di definitivo è emerso dalle ipotesi. "L’immagine di un soffitto a cassettoni", cui il significato del termine potrebbe far pensare, non aiuta certo la nostra immaginazione. Ma non poche sono le possibilità che portano ad identificare il plinthium con quei tipici orologi che anticamente, nel mondo ellenico e romano, e in epoca medievale, presso gli Arabi, furono realizzati sulle quattro facciate di pilastri e forse anche sulla sommità di questi.

L’Arachnen, potrebbe senz’altro indicare un orologio il cui tracciato orario si presenti molto simile, graficamente, alla tela di ragno. E fra gli orologi noti, solo l’astrolabio ed il tracciato orario normale attraversato dalle linee diurne somiglia ad una tela di ragno. E’ probabile quindi che si riferisca o a qualche strumento simile all’astrolabio, o ad un orologio orizzontale completo delle linee orarie e delle linee diurne mensili.

 

Il Pros Ta Istoroumena, e il Pros Pan Klima, lasciano meno dubbi agli interpreti, ma solo relativamente allo scopo per il quale furono costruiti questi orologi. E’ probabile che si tratti di due orologi portatili, il secondo dei quali era certamente un orologio universale, valido per diverse latitudini (come dice stesso il nome). Forse hanno qualcosa a che fare con questi strumenti quegli orologi portatili (detti anche pensili da viaggio) a forma di anello, o quelli del tipo a cassa rotonda con foro gnomonico, di cui se ne è trovato un solo esemplare studiato e divulgato da Padre Angelo Secchi nel secolo scorso. La Pharetram lascia moldi dubbi sulla sua natura. Se il termine sta ad indicare la faretra, quale oggetto rappresentante l’astuccio contenente le frecce che gli arcieri portavano con loro, allora dovremmo aspettarci un orologio del tipo a V ma la cui disposizione ed uso ci sono ignoti.

Più chiaramente identificabile è invece il Conum. Stando alla parola, si tratterebbe di un orologio solare a forma di cono come ne sono stati rinvenuti molti in scavi archeologici. D’altra parte, Apollonio di Perge non poteva evitare di applicare i suoi fondamentali studi sulle coniche nell’arte gnomonica, inventando e realizzando gli orologi conici in farie forme i quali saranno riprodotti fino alla fine del medioevo, soprattutto nel mondo arabo.

L’Antiboreum potrebbe identificarsi con i piccoli orologi solari tracciati sulle facciate rivolte a Nord degli Emicicli e di altri orologi solari. Ne è un esempio il doppio orologio di Pergamo, quello di Tenos e il conico di Apollonio. Un orologio boreale, quindi, inteso al completamento di quelli rivolti a Sud.

L’Engonato è un altro mistero. Nonostante gli innumerevoli studi dedicati a questo strumento da parte degli autori antichi e, da ultimo, lo storico Mario Arnaldi, non è ancora possibile una identificazione attendibile con l’orologio del tipo emisfero verticale, simile a quello scoperto nell’antico Porto d’Anzio e che da secoli viene rappresentato e descritto come l’"Ercole Orario" di Ravenna.

Per ciò che riguarda il Gonarchen, alcuni autori preferiscono accettare l’ipotesi che il termine rappresenti un’antica storpiatura della parola "conarachnen", facendo riferimento ad un orologio a forma di cono con sviluppato il tracciato orario completo delle linee diurne. Ma in realtà ciò non è dimostrato (e nemmeno è dimostrabile sulla scorta dei documenti e testimonianze a nostra disposizione) e il termine potrebbe far riferimento a orologi di diversa natura.

 

Altra categoria di strumenti citati da Vitruvio è quella degli orologi detti "pensilia", con evidente riferimento agli orologi solari portatili, ovvero trasportabili e quindi "da viaggio", ma detti "pensili" perchè per il loro corretto uso è necessario sospenderli nell’aria e orientarli manualmente. Di questi orologi ne sono stati trovati diversi esemplari e delle più svariate forme. Ciò che sta a dimostrare quanto la gnomonica fosse giunta, a quei tempi, ad un livello tecnico ed artistico davvero ragguardevole e come si sia tramandata dalle scuole primarie elleniche a quelle romane. In particolare sono stati ritrovati orologi pensili d’altezza del tipo ad anello astronomico, del tipo a cassa chiusa (orologio di P.A. Secchi), e uno tipo sestante. Ma soprattutto minuscoli orologi ad anello, addirittura di 3 cm di diametro. Ma, quando l’11 giugno del 1755 fu trovato negli scavi archeologici di Ercolano un orologio solare che imitava perfettamente la coscia di un prosciutto, probabilmente gli studiosi pensarono che si trattasse di uno scherzo. Invece era proprio un orologio solare dell’antichità, e risalente circa al 28 a.C. Con questo ritrovamento possiamo ben giustificare quanto appena affermato circa lo stato tecnico e dell’arte cui la gnomonica era arrivata in quei tempi. Tale orologio fu, per tutti gli anni a venire, denominato stranamente "prosciutto di Portici", mentre come è noto fu rinvenuto in Ercolano.

 

Infine, due parole sull’ultimo orologio citato da Vitruvio e che abbiamo riservato come ultimo da descrivere in quanto la sua storia è leggermente diversa da come viene abitualmente presentata.

Secondo le opinioni degli autori moderni, il pelecinum sarebbe un orologio solare composto da due tavolette di marmo la cui forma ricorda quella di una scure bipenne. In alcuni casi si è forse confuso questo orologio con gli "aracne", ovvero con gli orologi in piano orizzontale o verticale il cui tracciato orario delimitato dalle curve diurne dei due tropici sembra prendere il disegno di una scure bipenne. Ma in realtà, oggi si parla di due tavolette di marmo disposte in forma di scure bipenne. Cos’era allora il pelecinum? Vitruvio non parla di tavolette di marmo disposte in forma di scure bipenne e gli autori moderni hanno pensato a questo semplicemente osservando lo sconosciuto orologio solare tenuto in mano da un filosofo greco, rappresentato in un mosaico proveniente da un’antica villa romana di Treviri ed attualmente conservato nel Landesmuseum di Trier. Il filosofo, che pare fosse Platone, tiene in mano, ben in vista e anzi sembra addirittura ben attento ad orientarlo, un orologio solare formato - per quanto è possibile vedere nel mosaico - da due tavolette di marmo che si aprono come un libro quasi a 90 gradi. All’interno si scorge un tracciato orario su entrambe le facciate, ma non si può essere certi che il disegno riproduca fedelmente l’esatto numero di linee orarie e la loro vera disposizione. Un piccolo "verunculum", ovvero "spiedo", ovvero "stilo", faceva da gnomone, infisso nell’incrocio delle tavolette, e sovrastante il tracciato orario. E’ probabilmente grazie a questo disegno - e previa assoluta mancanza di indizi sull’orologio in questione - che gli autori moderni hanno pensato che il pelecinum fosse formato da due tavolette di marmo a forma di scure bipenne. Mancava però la prova definitiva. E questa è venuta dall’antichità, naturalmente. Nelle "Exercitationes vitruvianae primae..." di Giovanni Poleni, nell’edizione del 1730, viene riportato un antico documento dal titolo "Anonymus scriptor vetus de architectura compendiosissime tractans...". Si tratta quasi sicuramente del testo originale, o di un rimaneggiamento di un’opera di Cetius Faventinus del IV secolo di cui solo il Soubiran ne aveva fatto cenno.

In questo antico libro viene descritto per filo e per segno l’orologio rappresentato nel mosaico della Villa di Treviri, ma il suo nome originale non è pelecinum, bensì Pelignum. Resta da capire se i due nomi si riferiscono allo stesso orologio, nel qual caso è da imputare ai copisti post-Faventino l’errore di aver storpiato il termine in pelecinum; oppure se si siferiscono a due strumenti diversi per cui uno è stato identificato, il Pelignum, l’altro ci resta sconosciuto.

Mia ultima opinione è che il pelignum fosse proprio l’orologio descritto da Faventino e che si vede nel mosaico di Treviri. Il Pelecinum, senza avanzare ipotesi di metamorfosi lessicale, fosse proprio l’orologio (orizzontale o verticale) che riporta il tracciato orario delimitato dalle due curve diurne dei solstizi e la cui forma ricorda appunto, nel suo insieme visivo, una scure bipenne. Ma allora l’aracne che cos’era? Molto probabilmente un orologio orizzontale con un tracciato simile all’astrolabio, cioè simile per disegno ad una tela di ragno.

Possiamo aggiungere, per quanto riguarda l’interpretazione di questo orologio solare, che Faventino accennò anche all’uso di questo strumento con queste precise parole: "Colloca la parte dell’orologio che indica la decima ora contro l’Oriente equinoziale come è conosciuto in molti luoghi, dagli esempi". L’oriente equinoziale è ovviamente il punto cardinale Est, ma non sappiamo se la "parte" di cui parla Faventino fosse lo spigolo della tavoletta, ovvero il piano, o la facciata contenente le linee orarie. Se egli alludeva, come pensiamo, al lato della tavoletta rivolto ad Est, lo strumento diventa un orologio verticale piegato a novanta gradi lungo la linea meridiana. Nel momento del mezzodì vero locale il Sole giace nel piano della prima tavoletta e l’ora sesta coincide con lo spigolo interno (come dice appunto Faventino) sul quale le due tavolette sono incernierate. Dall’ora sesta in poi si orienta l’orologio in modo che il piano della seconda tavoletta, che prima giaceva nel piano Est-Ovest, giaccia ora nel piano meridiano. Si conoscono solo due o tre rappresentazioni di questo strano orologio che verrà. mille anni dopo, ripreso dagli astronomi arabi e modificato in vari altri esemplari.

 

Tra i monumenti gnomonici notevoli del periodo tardo-ellenico è certamente da menzionare la grande "Torre dei Venti", una sorta di torre ottagonale attribuita ad Andronico Cirreste, concepita inizialmente come grande orologio ad acqua, fu trasformata forse attorno al I secolo in monumento gnomonico da un finora sconosciuto autore che realizzò otto orologi solari verticali del tipo murali, gli unici che ci siano pervenuti dall’antichità, ottimamente conservati ed aventi ancora gli originali ortostili.

 

I numerosi orologi solari rinvenuti negli scavi archeologici dal XVIII secolo ad oggi, costituiscono la più ampia e bella testimonianza di come i Romani, notoriamente più dediti alle arti militari che non alle scienze e alla filosofia, ereditarono gradualmente tutto (o quasi) il sapere gnomonico dall’antica Grecia. Dovettero avere - i Romani - non poche difficoltà di adattarsi all’uso degli orologi solari quando uno di questi finalmente fu trafugato da qualche luogo e portato a Roma da L. Papirio Cursore. Si racconta che Valerio Messala, si appropriò di un orologio solare greco installato a Catania e lo trasportò a Roma, ma egli non si avvide che l’orologio, essendo calcolato per la latitudine di Catania, non poteva funzionare bene a Roma. E a quanto pare nemmeno il resto dei Romani se ne accorse visto che essi utilizzarono l’orologio leggendo ore inesatte per 99 anni, fin quando ne fu realizzato uno per la latitudine di Roma. La leggenda è degna di nota in quanto, se è vero che l’errore non poteva essere molto rilevante (aggirandosi intorno ai 5-10 minuti) e di conseguenza non ben avvertibile nella lettura sull’orologio, ciò dimostra comunque che i Romani erano completamente a digiuno di questa scienza quando in Grecia era già trascorso il suo periodo più fiorente. E’ inoltre molto probabile che il grande e famoso orologio solare di Augusto fu realizzato proprio da un architetto greco. Con tutto ciò, non mancano testimonianze sull’apprezzabile sforzo dei Romani di mettere a frutto ciò che la scuola greca aveva loro insegnato. E ciò è avvertibile - a tratti - nelle realizzazioni risalenti al periodo del tardo impero, di cui furono maestri gli impareggiabili agrimensori romani e, in primo luogo, Palladio, Igino, ed altri.

Ma ritorniamo per un momento all’orologio di Augusto, senz’altro la più grandiosa testimonianza gnomonica giuntaci dal passato.

L’opera ben si colloca all’interno di uno dei tanti vanagloriosi progetti ambiti dall’imperatore Cesare Augusto mirati alla sistemazione architettonica del Campo Marzio. Così, fra l’Ara Pacis e i portici di Agrippa, nel bel mezzo di un grande parco, ordinò che si costruisse un grandioso orologio solare. Nulla di meglio, per servire allo scopo, che un bell’obelisco egiziano, trafugato di fresco ad Eliopolis nell’anno 12 a.C. e trasportato a Roma con enormi chiatte. In questo modo l’opera sarebbe stata due volte grandiosa: uno perchè era la più grande del mondo per dimensioni, secondo perchè era realizzata utilizzando per gnomone un obelisco sacro agli egiziani per l’adorazione del dio Sole. L’opera fu innaugurata il 9 d.C. e, stando a quanto riporta Plinio, fu realizzata da un personaggio detto "Fecondo Novo", sul quale gli autori moderni hanno espresso non poche opinioni contrastanti. Secondo alcuni è da intendere l’opera dovuta ad un "ingegno fecondo", ma secondo le interpretazioni degli antichi storici, quali Salmasio, emerge un personaggio chiamato Manilio, o Manlio, da identificare sicuramente con il grande Manilio che scrisse il "Poema Astronomicon", uno dei pochi astronomi romani di una certa importanza. Diversamente, si potrebbe pensare che Augusto avesse incaricato un esperto gnomonista greco per la realizzazione dell’opera, e questi potrebbe essere Epigene di Bisante che, secondo Seneca, si distinse all’epoca di Augusto come affermato studioso di gnomonica, tanto da essere denominato Epigene Gnomonico.

La storia dell’obelisco, e delle sue vicende archeologiche rinascimentali, è ampia e complessa. Qui diremo brevemente che esso rimase sepolto sotto le rovide di Campo Marzio fino al 1463, quando finalmente venne riscoperto. Nel 1475 Pomponio Leto ne indicò l’ubicazione presso la chiesa di S. Lorenzo in Lucina. Grandi autori si occuparono di sviscerare la storia dell’obelisco. Ricordiamo Volterrano, Fulvio, Marliano, Gamucci, Vacca, Clavio, Masi, Kircher, ed altri. Anzi, a Kircher fu chiesto, dal Papa Sisto V, di presentare un progetto per dissotterrare il grande "gnomone" e rimetterlo in funzione, ma questi sconsigliò la delicata operazione. Così, il merito di aver fatto ritornare alla luce l’obelisco spetta a Benedetto XIV, incaricando nel 1748 il famoso "mastro Zabaglia".

E’ interessante, infine, considerare che fin dal XVI secolo, gli autori si sforzarono di interpretare e ricostruire la forma dell’orologio di cui l’obelisco era l’altissimo gnomone. E anche in questo, le divergenze di opinioni erano all’ordine del giorno. Possiamo dire che solo due uomini seppero giustamente interpretare, andando controcorrente, i segreti del tracciato orario dell’orologio che doveva trovarsi a qualche profondità sotto i lastricati di Campo Marzio. Questi furono il Masi e il grande Athanasius Kircher che addirittura ne diede un disegno completo, nel 1650, di tutto l’orologio e della sua estensione. Fu l’unico a sostenere che non poteva trattarsi di un orologio composto della sola linea meridiana, ma di uno strumento completo di tutte le linee orarie (specificando che queste erano temporarie) e delle curve diurne. Il disegno che egli fece, pubblicato in Obeliscus Panphilius, è identico a quello ottenuto dall’archeologo tedesco Bruckner sulla scorta delle recenti scoperte archeologiche sull’antico lastricato dell’orologio. Curiosità: nel XVIII secolo, l’orologio di Augusto ancora veniva rappresentato nelle cartine di Roma come un orologio solare ad ore Astronomiche e, in un caso, addirittura ad ore Italiche!

Prima di terminare questa veduta a volo d’uccello sulla gnomonica antica, è necessario avvisare il lettore di una recentissima e straordinaria scoperta, effettuata ad opera dello gnomonista Mario Arnaldi (Tabiens Pictor) di Ravenna, e pubblicata nell’articolo A roman cylinder dial: witness to a forgotten tradition", a firma di M. Arnaldi e Karlheinz Schaldach, comparso su Journal for the History of Astronomy, vol. XXVIII, Cambridge, 1997. Si tratta di una cosa semplicissima, eppure sorprendente: un orologio cilindrico verticale, della categoria "meridiana del pastore", di epoca romana! Indietreggia, quindi, di circa un millennio l’invenzione di questo strumento, fino ad oggi attribuito prima agli Arabi (circa IX secolo) e successivamente divulgato nell’Europa cristiana dal monaco Ermanno Contratto nella prima metà dell’anno Mille. L’orologio ri-scoperto da Arnaldi era conservato nel Museo d’Este, e nessuno prima di lui aveva fatto caso alla sua importanza storica! E’ l’unico esemplare che si conosca al mondo. E’ probabile, quindi, che tale orologio sia da aggiungere alla lista fornita da Vitruvio, anche se non si hanno elementi per confermare che il cilindro orario fosse conosciuto ai suoi tempi (l’esemplare del museo d’Este risale al II secolo d.C. e Vitruvio visse - forse - circa un secolo prima).

 

Nei primi secoli dell’Era Cristiana, la Gnomonica, ancora debolmente illuminata dal fioco bagliore dei tramontati fulgidi astri ellenici, si avvia verso un periodo di decadenza che caratterizza tutta la tarda antichità e l’Alto Medioevo. Pochissimi sono gli elementi, soprattutto archeologici, che ci raccontano di questa decadenza e praticamente nulle le testimonianze scritte che avrebbero potuto illiminarci in proposito. Certamente anche in quel periodo, la misurazione del tempo doveva in qualche modo interessare almeno le popolazioni cittadine oltre agli scienziati. Per questo, si ritrovano deboli tracce di esperimenti gnomonici in testi di agrimensori come Palladio e Igino; un emiciclo ad ore canoniche e quindi ad uso religioso, risalente al IV secolo, un pelignum rappresentato su un sarcofago a vasca dello stesso periodo, ed altri strumenti ritrovati, ci fanno credere che fino al V secolo era in atto almeno un retaggio di ciò che la gnomonica aveva reso fino ad allora. Qualche innovazione comincia ad affacciarsi proprio in questo periodo, perchè si apprende dagli epistolari di Severino Boezio e Cassiodoro che strani orologi meccanici vengono costruiti nelle città e che Boezio realizza vari orologi solari. Mentre al trattato di Gaio Giulio Solino, del IV secolo, intitolati Tractatus de umbra et luce, che sembra avere qualche attinenza con la gnomonica, segue un oscuro codice di Antemio, intitolato "Problema Sciatericum" (VI secolo). Inoltre, qualche spiraglio si apre anche sul versante bizantino di cui, fino ad oggi, poco o nulla si sa per quanto riguarda la gnomonica. Gli unici riferimenti letterari sono riportati nel mio libro "Storia della Gnomonica" al quale rimando per ulteriori approfondimenti.

 

Il VII secolo è caratterizzato, dal punto di vista gnomonico, dall’ascesa dell’ordine monastico benedettino. Ma cosa c’entra questo con la gnomonica? I monaci sono sempre stati, per tutto il medioevo, tra gli unici depositari dell’antico sapere. Il loro santo lavoro di scriptorium fatto di copiare e ricopiare, tradurre, compendiare, emendare, interpretare, ha rimesso a noi gran parte della cultura greca, alessandrina, latina e pagana che altrimenti sarebbe andata irrimediabilmente perduta. La Regola dettata da S. Benedetto attorno al 529 d.C., prevede l’osservanza precisa degli Uffici religiosi ai quali il monaco non può sottrarsi, se non per ordine dell’Abate, i quali sono scanditi durante il giorno e la notte con un ritmo temporale ben distinto. Infatti, tali Uffici, soprattutto quelli diurni, sono stati abbinati alle ore principali che, al tempo di S. benedetto, erano quelle Temporali derivate direttamente dal sistema romano. L’osservanza di detti Uffici nelle ore di Prima, Terza, Sesta e Nona (cioè le ore diurne per le quali può essere utile un orologio solare), furono lo sprono per la realizzazione degli orologi solari tipici del medioevo, simili ad un mezzo cerchio con sei raggi che si dipartono dal centro e contrassegnati con dei simboli quali croci e lettere, oggi comunemente denominati meridiane canoniche. Naturalmente i monaci si servirono non solo di orologi solari, ma soprattutto di clessidre, utili per la notte in cui l’Ufficio religioso era il più importante, di ceri, di orologi notturni, e di altri metodi non altrettanto ortodossi, quali il computo del tempo per mezzo delle salmodie.

Le meridiane canoniche si svilupparono soprattutto nel Nord Europa e ci sono pervenuti numerosi e stupendi esempi, preziosa testimonianza di come nell’ambiente monastico, ma anche in quello civile, si misurava il tempo a mezzo delle ombre del Sole.

 

L’VIII secolo è da menzionare solo per rendere omaggio al grande monaco inglese Beda detto il "Venerabile", che fu senz’altro il maggiore autore dei suoi tempi. Egli seppe ricapitolare tutto il sapere antico nelle sue monumentali opere e forse ciò ha tratto in inganno qualche autore moderno portandolo a credere che nei suoi libri fosse compresa anche tutta la gnomonica di quei tempi. Ma se è vero che la gnomonica di quei tempi non doveva costituire un patrimonio culturale di qualche rilievo, essendo stata cancellata dall’azione barbarica e dal tempo gran parte della dottrina greca sull’argomento, è anche vero che nei libri di Beda non si trova proprio niente di veramente gnomonico. Gli unici riferimenti sono per il metodo di misura del tempo a mezzo delle ombre del proprio corpo, risalente ad Aristofane, e qualche riferimento al Polos, anzi al "vaso oroscopo", una sorta di emisfero che il glossista dell’epoca di Beda rimette graficamente come un emisfero dotato di stilo inclinato ed orientato verso il Polo.

 

Dal IX secolo etrano prepotentemente in scena gli astronomi arabi. Il califfato di Al Mamun segna l’inizio di una intensa attività culturale, sempre in fermento per molti secoli a venire, in cui sono impegnati scienziati arabi di tutte le categorie. Il merito principale fu quello di aver ripreso, tradotto e commentato le più importanti opere scientifiche alessandrine. Thabit Ibn Qurrà, Costa Ebn Luca, Abulphetaho, Hazemio, Averroè, Nassireddino Tusensi, nomi ormai celebri che ci hanno rimesso il più grande patrimonio culturale scientifico dell’antichità. L’Europa Cristiana era ancora imprigionata nelle prime università basate sulla scuola di Beda il Venerabile quando le opere degli "infedeli" avevano segnato un’epoca di fermento intellettuale che il mondo aveva conosciuto solo mille anni prima. Ed è solo a partire dall’anno Mille che in Europa si cominciò a tener conto dell’immenso lavoro degli Arabi, e alcuni manoscritti cominciavano timidamente ad affacciarsi tra le nostre istitudioni culturali. Fu proprio Ermanno Contratto, appena nell’anno 1026 circa, che ricopiò, traducendolo in latino, ma conservando gli originali termini tecnici arabi, il primo trattato sull’astrolabio. Ed è proprio in questo libretto che si riscontrano le prime tracce europee del noto orologio cilindrico verticale detto "del Pastore". Ma il mondo arabo era, ed è, stracolmo di trattati gnomonici che per ragioni non molto chiare restano ancora oggi privilegio dei pochi che leggono il turco e l’arabo, ed hanno accesso alle grandi biblioteche nazionali.

 

Attualmente risultano tradotti solo due codici arabi che trattano di astronomia e di gnomonica. Il primo, di Aboul Hasan al-marrakushi, fu tradotto e compendiato da J.J. Sédillot nel secolo scorso. Il secondo, tradotto da poco tempo e pubblicato per conto delle edizioni francesi Belle Lettres, è una grande opera di astronomia di Tabit Ibn Qurrà risalente al IX-X secolo. Pochissimi ancora sono gli studi di autori moderni relativi alla gnomonica araba ed è doveroso ricordare il lavoro di Schoy, di inizio secolo, ormai introvabile.

 

Da ciò che è stato possibile apprendere da questi due codici, possimo dire che il periodo dal IX al XIII secolo è per la gnomonica (araba) uno dei periodi più fulgidi in cui questa disciplina conobbe forse i vertici più alti del progresso artistico e tecnologico. E per questo basti pensare che gli arabi, come dimostra il trattato di Qurrà, progettavano gli orologi solari con la trigonometria sferica settecento anni prima degli europei! Numerosi sono gli orologi solari degli arabi che ad oggi ci restano sconosciuti, oltre a quelli presi in esame dal vostro autore e da Gianni Ferrari nel lavoro presentato nel corso di questo VIII° Seminario Nazionale di Gnomonica. E tanto ci sarà ancora da scrivere se si pensa che centinaia di condici arabi di gnomonica non sono stati mai tradotti.

 

I secoli XIII e XIV possono considerarsi in Europa solo un retaggio della gnomonica araba. Primo grande astronomo e gnomonista del mondo latino fu il tedesco Giovanni Regiomontano a cui è legato l’omonimo "orologio rettilineo di Regiomontano" che rendeva universale l’antico rettilineo locale. Nel frattempo, nel secolo XV fanno la loro prima comparsa gli orologi solari murali di grandi dimensioni e comunque recanti una novità assoluta rispetto alle antiche meridiane canoniche: lo stilo disposto parallelamente all’asse terrestre che, come è facile immaginare, è anch’essa un’innovazione importata in Europa dai paesi arabi dopo che i crociati fecero ritorno dalle loro campagne contro gli "infedeli".

Probabilmente gli Arabi avevano già adottato da secoli l’assostilo negli orologi ad ore astronomiche.

I codici degli arabi non costituirono comunque, dal punto di vista gnomonico, la base degli studi degli autori che seguirono Regiomontano. Se non fosse stato così, si sarebbe avuto un Rinascimento Gnomonico ben diverso da quello che si conosce, e basato soprattutto sulle scoperte effettuate dagli Arabi. Invece, il lento sviluppo che vede quale protagonista una gnomonica esclusivamente geometrica, tediosa il più delle volte in autori perfezionistici e prolissi di dimostrazioni matematiche quali Cristoforo Clavio, è la dimostrazione che mai i nostri autori si preoccuparono di approfondire gli insegnamenti degli astronomi orientali, peraltro non di facile apprendimento data la complessità dell’idioma.

Così, tutto il Rinascimento è caratterizzato da un lento progresso di studi esclusivamente geometrici sulla gnomonica teorica e sui metodi di costruzione degli orologi solari principali a cui, di tanto in tanto, venivano affiancati esperimenti con strumenti non ortodossi, ma questo solo in epoca relativamente tarda. Ne sono un esempio Valentino Pini, lo stesso Clavio, ed altri. La timida apparizione dei primi metodi "col concorso delle tangenti" avviene settecento anni dopo la gnomonica trigonometrica di Tabit Ibn Qurrà. Ma l’opera degli arabi rimarrà ancora nell’oscurità per molti secoli e fino ad oggi.

 

Tra i maggiori protagonisti della Rinascenaza gnomonica sono da ricordare i grandi Oronzio Fineo, Schonero, Munster, G.B. Benedetto, Maurolico, Danti, Vimercato, Pini, ma più di tutti Cristoforo Clavio che ci ha lasciato l’opera fondamentale che raccoglie tutte le "dottrine" dei predecessori e tutti i suoi metodi originali dovuti a decenni di studi gnomonici. Una piccola enciclopedia tecnica, dal titolo "Gnomonices libri octo" dal quale prendono spunto tutti i successivi autori, da Kircher ad Ozanam e fino a Claudio Pasini nel nostro secolo.

Clavio fu uno degli uomini di cultura più autorevole del suo tempo ed è facile immaginare che avesse relazioni epistolari con uomini altrettanto illustri di tutto il mondo allora conosciuto. Per questo egli ebbe modo di trattare nei suoi volumi anche esperienze e metodi di altri autori o che altri studiosi costantemente gli segnalavano, come nel caso del famoso "strumento" di Giovanni Ferrerio Spagnolo, il primo strumento gnomonico realizzato con l’intento di costruire facilmente e con operazioni meccaniche gli orologi solari, nonchè di risolvere i problemi più elementari della gnomonica pratica. Tale strumento ebbe molta fortuna e conobbe molte interessanti varianti (sciatere, sciatere di Pardies, ecc.) per oltre due secoli, fino alle note descrizioni di Nicolas Bion.

 

L’eredità di Clavio si può dire che venne raccolta subito dopo da un altro gesuita, altrettanto grande, noto come Athanasius Kircher. Non si può sintetizzare il pensiero e l’opera sulla gnomonica di Kircher nel pochissimo spazio riservato a questo opuscolo. Semmai converrà richiamare soprattutto alcuni punti salienti della questione kircheriana per mettere in evidenza certe stranezze della divulgazione gnomonica che solo oggi sono state chiarite. Fino a poco tempo fa era luogo comune citare il grande gesuita in tutti i volumi di gnomonica che si rispettino, quale depositario dell’antica scienza gnomonica e che le sue opere, ed in particolare una, l’Ars Magna Lucis et Umbrae, di cui ci sono pervenute due diverse edizioni, una romana e l’altra avignonese, costituivano il ricettacolo di tutta la gnomonica dei suoi tempi. E’ vero che egli, comunque, si addestrò all’arte gnomonica e vi si dedicò con tutto il rispetto e l’amore che allora si aveva verso questa disciplina, assorbendo senz’altro gran parte di tutto ciò che in questo campo era stato trovato. Ma le sue opere, nonostante fossero le più audaci e innovative, almeno dal punta di vista artistico (lato a quei tempi molto carente nella divulgazione gnomonica), certamente non resero testimonianza di tutto il sapere gnomonico. Anzi, esse furono scritte appositamente perchè restasse almeno una testimonianza dei decenni spesi dall’autore negli esperimenti gnomonici più disparati. Ed oggi, possiamo dire di essere fortunati perchè ancora si conservano quattro tavole dette "sciatheriche" nel museo Copernicano dell’Osservatorio Astronomico di Monteporzio Catone che rendono viva la memoria di Kircher e di quanto pubblicò nei suoi volumi dedicati a questo argomento.

Kircher era un uomo che parlava disinvoltamente 18 lingue, tra cui il cinese. La sua sconfinata erudizione lo conduceva nei più reconditi meandri del sapere e non risparmiò certo la gnomonica, intesa da lui, non solo come lo studio delle ombre gettate da uno gnomone su tutti i piani possibili, ma anche come integrazione e connubio delle diverse discipline esistenti. "Omnia in Omnibus" funzionava anche per gli orologi solari i quali cominciarono a segnare non solo le ore astronomiche, italiche, temporarie, planetarie e canoniche, ma anche le posizioni dei pianeti nelle rispettive costellazioni, tutte le effemeridi astronomiche dei pianeti e persino le indicazioni più disparate relative al calendario civile e religioso. Una gnomonica a 360 gradi, ad orizzonte libero nel quale la sua fantasia si librava alta alla ricerca della sapienza e della libertà d’espressione, ma soprattutto della comunicazione tra gli esseri e le cose della natura, la comunicazione tra macrocosmo e microcosmo.

L’unico appunto che si possa fare non è per Kircher, ma per quanti vennero dopo di lui e non seppero apprezzare il suo genuino e geniale lavoro, l’unico tra gli unici che seppe distaccarsi da tutti, inventando una sua gnomonica che non è certamente quella dei suoi tempi, ma quella scaturita dal suo pensiero, dalle sue convinzioni, dalla sua speranza di pace che nasceva non solo dal suo animo religioso, ma anche dall’avere a che fare con la "luce di Dio".

 

Il grande periodo dell’Illuminismo vede protagonista un interesse generale, a cominciare dagli studi di Cartesio, rivolto alla ricerca di metodi grafici e soprattutto analitici per la realizzazione di tutti i tipi di orologi solari. In particolare, nel primo decennio del XVIII secolo, vennero resi noti i primi metodi trigonometrici per il tracciamento delle linee orarie "per punti", alla maniera moderna per intenderci. Ma è da rilevare che già alla fine del 1700 il grande matematico Ozanam aveva pubblicato le "analogie" gnomoniche che conducevano dritti alla risoluzione di questo problema. Picard ed altri personaggi illustri dell’epoca misero a punto alcuni metodi per tracciare orologi solari murali di grandi dimensioni con molta precisione.

Ormai la trigonometria ed il metodo analitico avevano preso il sopravvento negli studi gnomonici e così la maggior parte dei libri che furono pubblicati in quel periodo erano basati sulle nuove metodologie. Tali erano i trattati di Ozanam, Pappiani, Deparcieux, Quadri, Bonomo, Guerrino ed altri. Non poteva mancare un lungo ed autorevole articolo sull’enciclopedia "dei lumi", cioè l’enciclopedia di Diderot e D’Alembert sulla gnomonica geometrica ed analitica e studi di autori inglesi relativi a nuovi orologi solari portatili d’altezza (si veda N. Severino, Antologia di Storia della Gnomonica, 1996). Gli eccellenti studi matematici, scaturiti proprio dalle curiosità che questa disciplina infondeva nell’animo dello studioso dei rapporti numerici, contribuì non poco affinchè la gnomonica potesse guadagnare un ruolo decisamente più scientifico ed autorevole rispetto a prima ed alle altre discipline. Nel secolo XIX, nonostante un’impasse generale interessasse il progresso gnomonico che sembrava essersi quasi arrestato rispetto al periodo dell’Illuminismo, in alcune università, anche italiane, si davano esami teorici di geometria descrittiva o proiettiva in cui vi erano ampi capitoli di gnomonica geometrica. Ma non durò molto, e ciò che caratterizzò la gnomonica nel secolo XIX, tenendola peraltro ancora in vita, furono le innovazioni che si apportarono ai sistemi di misurazione del tempo. In particolare, con l’entrata in vigore del tempo medio locale e del tempo medio nazionale, gli studiosi si rivolsero ancora una volta all’antica disciplina delle ombre perchè nelle piazze d’Italia e degli altri paesi si potesse leggere il nuovo tempo medio, apportando la necessaria modifica che prevede in un orologio solare verticale murale l’introduzione di una curva a forma di 8 allungato detta lemniscata.

Dalla fine dell’800 e nei primi decenni del XX secolo si riscontra ancora un’apprezzabile interessamento agli orologi solari, soprattutto nel mondo accademico. Ottimi e fondamentali manuali sono ancora quelli del Gallarati, Barzizza, Pasini ed altri autori. Ma l’incessante sviluppo dell’arte meccanica, ed in particolare dell’orologeria meccanica, mette al tappeto il vecchio e superato orologio solare in un lasso di tempo brevissimo. Tant’è che l’ultimo vero e proprio trattato di una certa importanza sugli orologi solari (ma è ormai già una pubblicazione di sola curiosità matematica) è quella di J. Garnier, pubblicata nel 1936.

Da quell’anno, in Italia si ebbero solo scritti sporadici di qualche appassionato su di una materia che più volte dall’antichità aveva brillato di luce propria e che ora si era sgretolata in mille frammenti storici.

Dal 1988 è in corso in tutto il mondo una generale rinascita della gnomonica che si rafforza gradualmente con l’incessante sviluppo delle comunicazioni telematiche. I rapporti tra gli appassionati di ogni continente si sono sviluppati notevolmente soprattutto grazie alla moderna posta elettronica (e-mail) e alla navigazione in Internet. E’ sorprendente il numero di appassionati che dal 1988 incrocia i propri interessi in questa disciplina. Sono ormai decine le associazioni costituite, tra cui spiccano la nostra Sezione Quadranti Solari dell’Unione Astrofili Italiani, che cura alcune pagine in Internet, ma però non ha ancora al proprio attivo la pubblicazione di una rivista propria (e poteva essere tra le prime) come invece necessariamente è stato fatto dagli altri grandi gruppi.

Qualche parola di elogio sento di dover spendere per gli artisti gnomonisti italiani i quali, a mio parere e conoscendo le opere eseguite in altri paesi, sono da considerarsi la più alta rappresentanza dell’antica tradizione gnomonica europea. Le opere di Lucio Maria Morra di Fossano, di Mario Arnaldi di Ravenna, di Renzo Righi di Correggio, di Riccardo Anselmi di S. Vincent e ancora di Giovanni Paltrinieri di Bologna, Giuseppe e Francesco Flora di Treviso, Giovanni Brinch di Ragusa (e non me ne vogliano gli altri che non riesco a riportare in questa pagina), sono tra le più belle realizzate nel mondo in tempi moderni. E di questo possiamo esserne fieri.

Nicola Severino



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A cura di Rosa Casanova
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